Cause esterne

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato e liberare L’Italia” di Massimo Blasoni

Oltre alle difficoltà rappresentate da aspetti globali della crisi comuni alle altre imprese occidentali, tra le cause esterne – diremo «italiane », non imputabili agli imprenditori – si possono annoverare la carenza di infrastrutture, la bolletta energica, le difficoltà e gli oneri dell’accesso al credito. A tutto questo bisogna aggiungere il costo dei dipendenti e la rigidità delle norme sul lavoro, l’eccesso di burocrazia e la gravosissima imposizione fiscale. Da non trascurarsi, infine, il controverso tema della moneta unica europea. Infrastrutture efficienti – è del tutto evidente – sono una componente chiave nel processo di internazionalizzazione delle aziende, grandi e piccole. Oggi la sfida di intercettare la domanda estera come vettore di crescita è ineludibile, ma per vincerla è necessario affrontare coerentemente lo svecchiamento infrastrutturale del Paese, dall’energia alla rete informatica, dalla logistica ai trasporti.
Secondo «Il Sole 24 Ore», in Italia un chilometro di Tav costa il quadruplo che in Francia: 62 milioni contro i 16,6 dei francesi, quantunque i tempi di costruzione siano assai più dilatati. Da quanti decenni la Salerno-Reggio Calabria è un cantiere a cielo aperto? I lavori sono iniziati negli anni Sessanta e fino a oggi i suoi circa 400 chilometri sono costati suppergiù 10 miliardi di euro. Ma le opere iniziate, finanziate e rimaste incompiute in Italia sono oltre 550: l’autostrada Roma-Latina, la Ragusa-Catania, la Bari-Matera, solo per fare qualche esempio, assieme a decine di bretelle e tangenziali incompiute. Non si tratta soltanto di costruire più e meglio ma anche, e soprattutto, di meglio collegare tra loro e al sistema europeo le reti esistenti: aeroporti, ferrovie, porti, strade. Per quanto riguarda le infrastrutture energetiche, secondo il World Economic Forum (che ha analizzato il livello di performance delle infrastrutture energetiche in 105 Paesi), l’Italia si piazza al 43esimo posto, tra gli ultimi in Europa. Si scontano il mancato sviluppo di nuove fonti di generazione e nuovi mezzi di approvvigionamento, oltre al mancato completamento del mercato interno dell’energia: armonizzare i criteri di definizione delle tariffe, favorire la concorrenzialità tra gli operatori esistenti, permettere l’ingresso di operatori nuovi. In aggiunta, vi sono i costi energetici. Un kilowattora costa alle imprese italiane mediamente 0,18 centesimi di euro, circa il 30% in più rispetto alla media dei Paesi dell’Unione. Il costo elevato dell’energia penalizza soprattutto la piccola e media impresa. La bolletta di un artigiano può arrivare anche all’80% in più rispetto alle tariffe agevolate di cui godono le grandi imprese nel nostro Paese, a dispetto dei dettami del protocollo di Kyoto: chi inquina paga. Intanto l’economia ristagna e le nostre imprese non competono.
Le infrastrutture sono ovviamente anche quelle informatiche. Secondo i dati di netindex.com, siamo 93esimi al mondo per velocità di download domestica, dopo la Grecia. In Italia la banda larga raggiunge potenzialmente il 99% dell’utenza. Peccato che si tratti di una tecnologia ormai superata se confrontata con quelle più recenti – e assai più rapide – come la Nga (Next Generation Access), che in Italia copre solo il 21% del territorio rispetto al 62% della media Ue. I limiti e la sostanziale inefficienza della nostra rete infrastrutturale si pongono come principale fattore di freno, per le nostre aziende, per quanto riguarda gli scambi commerciali con il resto del mondo. A ciò si aggiunga che il sistema Italia nel suo complesso risente pesantemente della mancata capacità di usare i fondi europei dedicati alle infrastrutture: un misero 12%. Vanno anche ricordati il peso del costo del lavoro e dell’imposizione fiscale. Il costo del lavoro non è certo l’elemento chiave della competitività. Tuttavia, nell’Italia del 2014 in termini assoluti un lavoratore costa mediamente 28,3 euro l’ora. In Slovenia 15,6, in Portogallo 13, in Slovacchia 8,5. Se si passa all’analisi del costo del lavoro nei Paesi Ue fuori dalla moneta unica, si rileva che in Ungheria un lavoratore costa 7,3 euro l’ora e in Romania 4,6. Certo, ci sono Paesi in cui il costo del lavoro è maggiore di quello italiano. Francia, Germania, Belgio,
Danimarca, Irlanda, Olanda, Austria, Svezia e Finlandia pagano i lavoratori
più di noi. Ma se al costo o all’efficienza del lavoro, di cui si è parlato in precedenza, si somma quello della pressione fiscale diretta e indiretta, il nostro Paese è certamente il più penalizzato. Secondo Doing Business 2015, la nostra total tax rate, ovvero l’insieme di tutte le imposte dirette e indirette che gravano sull’azienda, è in assoluto la più alta: 65,4%, come già sottolineato. Quella dell’Austria si attesta al 52%, in Germania è pari al 48,8%, mentre in Portogallo è molto più bassa della nostra: 42,4%. Un peso fiscale così elevato non solo ci fa perdere attrattività per gli investimenti esteri, ma favorisce lo spostamento delle nostre attività economiche all’estero. Un tema da non sottovalutare, inoltre, è quello dell’accesso al credito e del suo costo. Le nostre banche sono spesso sottocapitalizzate, e quindi secondo le regole di Basilea 3 con un core tier 1 troppo basso per larghissimi impieghi. Inoltre, i circa 400 miliardi sui 2.000 dello stock complessivo che sono in mani estere e suscettibili di risentire dello spread e del rischio Italia hanno reso più difficile per le aziende italiane finanziare gli investimenti, anticipare il credito commerciale, sviluppare. Mentre in Paesi più sicuri affluivano ingentissime risorse che si trasformavano anche in impieghi per le banche volti non solo agli investimenti in debito sovrano, ma anche per famiglie e imprese, da noi la concessione del credito si
è andata largamente restringendo negli ultimi anni. Di norma, un imprenditore italiano si finanzia a tassi mediamente più elevati di un competitor tedesco. E la ricaduta in termini di costo dei prodotti è evidente. Se è vero che non a caso il nostro sistema finanziario si definisce «bancocentrico», poiché imperniato per varie ragioni sul ricorso al prestito bancario, tale dato ha rappresentato la croce e delizia delle nostre realtà produttive già dal boom economico degli anni Cinquanta e particolarmente negli ultimi anni, durante i quali si sono potute distinguere almeno tre fasi diverse che hanno caratterizzato il rapporto banca-impresa. Fino alla prima ondata della crisi, quella abbattutasi in Europa a partire dal 2008, le nostre banche hanno garantito credito in misura abbondante, sfruttando innegabilmente pure l’opportunità di finanziarsi dall’esterno, grazie anche all’ingresso nella moneta unica. Tra la prima e la seconda ondata della crisi il credito ha conosciuto una fase di razionamento, ma inferiore a quello che si sarebbe avuto se i nostri istituti avessero scommesso come molti altri sulla «montagna di carta finanziaria» che si era sviluppata così rapidamente e su scala globale a partire dalla fine degli anni Novanta. Rimanendo fedeli al loro «mandato», quindi, le nostre banche hanno evitato la prima ondata della crisi, per poi invece subire drasticamente la seconda, quella caratterizzata dalla sfiducia nei debiti sovrani, e dalla contemporanea crisi interna dell’economia reale. La crisi economica, con l’impressionante crollo del Pil italiano del 2009 (oltre il -5%) ha portato a un progressivo e incessante incremento dei crediti deteriorati (conclusosi forse solamente nel 2015) e a una rilevante erosione del capitale bancario.Proprio nel momento di maggior necessità delle nostre imprese, le banche si sono ritrovate a soffrire il sostanziale blocco sull’approvvigionamento interbancario, a ridurre la concessione del credito e a utilizzare poi i prestiti generosi di Mario Draghi verso gli impieghi al momento più redditizi: il rimborso di prestiti in essere verso altri intermediari, soprattutto stranieri, e l’acquisto di titoli di Stato,specialmente italiani. Questa situazione ha prodotto una terza fase. I numeri mostrano, tra il 2011 e il 2014, un calo dei prestiti alle imprese non finanziarie in termini nominali per oltre 100 miliardi, che corrispondono a oltre il 10% del «massimo» storico, pari a circa 900 miliardi, e non includono gli effetti né dell’inflazione né dei prestiti deteriorati che di conseguenza non possono essere oggetto di rientro dalle banche. Anche in questo caso, nell’impossibilità di introdurre concretamente altri e più evoluti strumenti, le possibilità concesse agli imprenditori più capaci sono state limitate a quelle di un ampliamento dell’accesso all’emissione di obbligazioni. Nel contempo, si è rilevato ancora il sostanziale mancato ricorso (ancorché spesso preannunciato) alle disponibilità della Cassa depositi e prestiti, che
convoglia l’enorme stock di risparmio postale verso governo, enti e altre imprese pubbliche, e solo limitatamente ed eccezionalmente (in rapporto alle proprie possibilità) verso iniziative dirette a sostegno del credito al mondo produttivo. Ora resta da verificare quali saranno gli effetti del quantitative easing della Bce sul credito bancario a famiglie e imprese. A tutto il 2015, secondo i dati Bankitalia, l’erogazione di credito è rimasta per le imprese non finanziarie al di sotto di quella dell’anno precedente. È pleonastico ricordare i costi per l’impresa derivati dall’asfissiante burocrazia: tema presente in ogni capitolo. Bisogna però accennare a quanto pesino i ritardi dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni: si tratta, malgrado gli sforzi del governo, di circa 70 miliardi nel 2015, pari a quasi il 5% del pil. Un costo stimabile in sei miliardi a carico delle aziende, considerando il costo medio del capitale su dati Bankitalia. Le aziende si devono infatti finanziare per far fronte ai ritardi di pagamento e devono pagare fornitori e lavoratori. L’incidenza di questi costi sulle singole forniture è pari al 4,2%.Un’impresa italiana paga il ritardo della pubblica amministrazione quattro volte un’impresa francese e sette volte un’impresa tedesca. Insomma, lo Stato paga quando vuole, generando nel sistema delle
imprese costi altissimi e impropri. Last but not least. Resta poi il tema euro. È una delle questioni più complesse. Certamente l’apprezzamento dell’euro sui mercati internazionali e l’impossibilità di compensare le fluttuazioni facendo politica valutaria rappresentano un limite per le imprese del nostro Paese, abituato alla svalutazione competitiva. I dati della bilancia commerciale e il notevole incremento dei volumi delle esportazioni tedesche sembrano sottolinearlo, visto che la Germania si appresta, per l’ottavo anno consecutivo, a sforare il 6% del surplus commerciale imposto dall’Unione. Nel 2014 la bilancia commerciale tedesca si è chiusa con un attivo esorbitante, pari a 216 miliardi di euro. A puro titolo di esempio, l’attivo della bilancia commerciale italiana, che nello stesso anno ha registrato il valore più alto dal 1993, è stato di 42,8 miliardi. Un’Unione dove, a fronte della moneta unica comune, per larga parte dei partner non si è realizzata un’armonizzazione del peso delle imposte e del costo del lavoro, e dove il gravame finanziario e l’ammontare complessivo del debito sono così diversi, certo non rappresenta, almeno sul piano teorico, l’optimum. Resta però da dire che non vi è controprova su quali sarebbero stati gli effetti per le nostre imprese se si fosse mantenuta la valuta nazionale. Stare fuori dall’euro sembra premiare l’Inghilterra, almeno dal punto di vista della crescita, ma questo non fa prova. Ovviamente da annoverare tra le cause esterne c’è anche lo scenario internazionale. Non solo con riferimento alla crisi finanziaria internazionale, ma anche alla crescita di numerosi Paesi, che nel saldo tra maggiori consumi e maggiori esportazioni hanno registrato un incremento maggiore delle esportazioni.

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L’impresa – Luci e ombre

Tratto dal libro “Privatizziamo!Ridurre lo Stato, liberare L’Italia” di Massimo Blasoni

Si sono vissute stagioni di grande sviluppo nel secondo dopoguerra, quando l’Italia è fiorita anche grazie alle condizioni demografiche e sociali che rendevano senza dubbio più facile il ruolo dell’imprenditore.
Del resto, il boom non richiedeva nemmeno forti investimenti in tecnologia; la crescita della domanda andava, di fatto, seguita e cavalcata. Un’altra fase di espansione si è avuta grazie all’eccezionale crescita
del settore terziario e anche alla ristrutturazione del nostro sistema industriale dopo la crisi globale degli anni Settanta. Oggi invece si osserva lo sviluppo impetuoso dei cosiddetti Paesi emergenti, mentre retrocediamo in tutte le classifiche – volumi, produttività, crescita – ma soprattutto perdiamo occupazione e reddito pro capite. Il modello di capitalismo italiano è fondato su un tessuto di piccole e medie imprese da alcuni ritenuto un punto di forza a dispetto di tutte le teorie economiche che postulano la sicura superiorità della grande impresa, caratterizzata, da un lato, dalla più ampia copertura della filiera produttiva e, dall’altro, dalla possibilità di gestire meglio il mercato dei beni e servizi destinati alla vendita. In effetti, il problema delle ridotte dimensioni nell’economia globale è concreto, anche se non vi è un modello valido in assoluto. La realtà è più complessa e la storia ha dimostrato come anche aziende molto contenute nelle dimensioni, per giro d’affari e per numero di dipendenti, siano riuscite a creare valore su presupposti diversi e comunque in modo ugualmente efficace. Si pensi alla nascita e allo sviluppo dei distretti, fenomeno tipicamente e orgogliosamente italiano, capaci di realizzare centri di eccellenza e competere in tutto il mondo, contribuendo al classico «made in Italy» che su scala globale, come brand, ha un valore economico davvero notevole. Ma dagli anni Novanta l’Occidente (e quindi anche noi) ha perso il primato tecnologico e, dunque, la possibilità di produrre quell’innovazione di cui prima non erano capaci i Paesi a basso costo del lavoro. Non è più così: la produzione dei Paesi emergenti è cresciuta in quantità e qualità, pur mantenendo prezzi più convenienti, e ora il brand da solo non basta, soprattutto se non vi è un coerente sviluppo dell’ambiente economico di riferimento. Le infrastrutture pubbliche inadeguate, la struttura e i livelli di efficienza della pubblica amministrazione, la fiscalità, lo scarso sviluppo del sistema concorrenziale e capitalistico a favore delle partecipazioni e dell’assistenza pubblica riservata a un ristretto numero di imprese, oltre che la scarsa maturazione del sistema finanziario, hanno imposto vincoli pesanti allo sviluppo della nostra imprenditorialità. A questo elenco si è aggiunta negli ultimi anni la crisi internazionale, inizialmente di origine finanziaria, che ha mosso i primi passi negli Stati Uniti. Si può parlare di «crisi dell’impresa italiana»? E se sì, la si può attribuire a fattori esogeni (sistema Italia, crisi globale), sostanzialmente indipendenti dalla volontà dei nostri imprenditori, oppure è il frutto di una loro scarsa propensione all’innovazione, di una loro
limitata capacità nell’affrontare i cambiamenti e cogliere le potenziali opportunità che ne derivano? A queste domande non esistono semplici risposte e, del resto, la complessità del mondo economico in cui viviamo raramente le offre. Uno dei dati che fa più riflettere è come nell’arco di pochi anni siamo scesi dal quinto all’ottavo posto tra i Paesi produttori, mentre su scala globale il peso del nostro settore manifatturiero si è ridotto a poco più del 3%. È vero che l’Italia rimane davanti alla Francia ed è seconda in Europa solo dietro alla Germania, ma bisogna certamente fare i conti con la prepotente avanzata dei Paesi emergenti. A livello globale siamo stati superati da Paesi come l’India (sesto) e il Brasile (settimo), che crescono a ritmi sostenuti, mentre il nostro pil è stagnante da più di un decennio. In secondo luogo, il saldo di natalità delle imprese ha mostrato una rapida flessione fino a ridursi sostanzialmente a valori di poco superiori allo zero. C’è sempre meno vitalità e sempre meno persone scelgono di diventare imprenditori. Questo è tanto più vero per le piccole e medie imprese e per gli artigiani. Si stima che negli anni della crisi circa diecimila imprese storiche, con più di cinquant’anni di attività, abbiano chiuso i battenti. Secondo il World Economic Forum, rapporto 2014-2015, la nostra competitività internazionale figura solamente in quarantanovesima posizione. Comunque si guardino questi numeri, stiamo senza dubbio assistendo a processi talmente profondi e prolungati nel tempo da lasciarci temere che più che di una crisi si tratti di un inesorabile declino.
Conviene allora concentrarsi sulle cause di questo fenomeno: cause che possono riferirsi, come premesso, a fattori esogeni oppure endogeni all’ambito delle nostre imprese. Senza alcuna pretesa di essere esaustivi, se ne elencano alcuni.

Massimo Blasoni
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I lavori che non ci sono più e quelli che ci saranno

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare L’Italia” di Massimo Blasoni

Un recente rapporto del Labor Department degli Stati Uniti ha spiegato che studiare potrebbe non essere più sufficiente per garantirsi un posto di lavoro adeguato. Il 65% dei ragazzi che oggi siede su un banco di scuola si troverà a fare un lavoro che ancora non esiste.
La tecnologia sta provocando un mutamento storico delle nostre abitudini e del mercato del lavoro: cambi di paradigma così impattanti si sono già vissuti in passato, basti pensare al fenomeno della Rivoluzione industriale. Mai, però, con questa rapidità. Il sistema scolastico italiano e i vecchi metodi di insegnamento e di avvio alle professioni appaiono oggi inadatti ad affrontare queste sfide. Diventa fondamentale modificare il modo in cui si affrontano e si risolvono i problemi, passando da un sistema di insegnamento fondato sul trasferimento di nozioni a uno capace di trasmettere metodo e di incentivare creatività e capacità di adattamento. Se si parla di qualcosa che ancora nemmeno esiste, si deve anche avere l’umiltà di ammettere l’impossibilità di programmazione: non serve a nulla immaginare percorsi di formazione specifici e basati su un mondo che non esiste. Molto più serio è invece abituare studenti e lavoratori all’idea che, fornite le basi tecniche e di conoscenza, l’apprendimento non è più una fase della vita circoscritta alla giovinezza ma deve diventare un aspetto con cui conviveremo sempre e dunque comprendere che il percorso lavorativo si deve accompagnare con quella formazione permanente, che invece latita in Italia. Chi oggi frequenta un qualsiasi corso di informatica, a un qualsiasi livello, sa già che sta incamerando informazioni che saranno probabilmente superate quando avrà finito il suo percorso scolastico: vale per chi siede su un banco del primo anno del liceo scientifico e vale per chi sta sostenendo il primo esame universitario di ingegneria informatica. Chi oggi si laurea o si diploma in materie informatiche o statistiche ha iniziato la sua formazione quando su LinkedIn, il popolare social network dedicato ai professionisti, erano iscritti 89 sviluppatori di applicazioni per iPhone, 53 sviluppatori di applicazioni per Android, 25 esperti in gestione di social network, nessun analista di Big Data e 195 specialisti in servizi cloud. In meno di un lustro questi posti di lavoro si sono moltiplicati: gli sviluppatori di app per iPhone sono 142 volte quelli del 2009, quelli che si occupano di sviluppare applicativi per Android 199, mentre gli esperti di Big Data sono oggi 3.340 volte quelli di allora. Nessuno dei loro professori gli aveva mai spiegato che con un telefono si sarebbe potuto operare sui conti correnti bancari, ascoltare musica o che l’analisi dei dati avrebbe aiutato i Governi di tutto il mondo a migliorare le proprie scelte di politica pubblica. Vale per ogni Paese del mondo, forse ancor più per il nostro mercato del lavoro, fra tutti, uno dei più restii a cogliere rapidamente le innovazioni.

Massimo Blasoni
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Il Jobs Act: la direzione giusta e il poco coraggio

Tratto dal Libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare L’Italia” di Massimo Blasoni

Il Jobs Act varato dal governo Renzi va, in piccola parte, nella giusta direzione. Ma vale solo per il futuro e non per tutto quello che sin qui si è formato e rischia di dispiegare i propri effetti in un tempo eccessivamente lungo, finendo per applicarsi solo ai nuovi contratti e quindi, visti i bassi tassi di crescita e la scarsa dinamicità della nostra economia, a un numero troppo ridotto di persone e di imprese. Molti dei nodi elencati nelle pagine precedenti, peraltro, non sono affrontati. Il nostro mercato del lavoro continua a essere segmentato e i lavoratori penalizzati o avvantaggiati senza alcuna ragione di merito. Continua a essere ipergarantito il pubblico impiego, cui le norme del Jobs Act non si applicano né per il passato né per il futuro. Continua a esistere una contrapposizione tra chi è garantito in quel determinato posto di lavoro e chi è chiamato a misurarsi sul mercato. La dicotomia che prima esisteva tra lavoratori delle piccole e delle
grandi imprese oggi esiste ancora: da un lato, ci sono i lavoratori assunti nelle grandi imprese prima del marzo 2015; dall’altro, tutti gli altri, lavoratori delle aziende con meno di 15 dipendenti e nuovi assunti in quelle oltre questa soglia. Questo bloccherà ancora di più il dinamismo del nostro mercato: quale lavoratore di una grande azienda con un contratto del vecchio tipo accetterà una nuova proposta, magari con un salario migliore, sapendo che finirà per rinunciare a una rendita di posizione praticamente perenne? Nessuno, ovviamente. Così come non vengono minimamente affrontati il tema della produttività e la patologia, cruciale e ben segnalata dalla Banca Mondiale, per cui è sostanzialmente impossibile legare l’andamento dei salari alla produttività del lavoratore e ai risultati dell’impresa.

Massimo Blasoni

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Politiche disattive

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato e liberare l’Italia”

Anche dopo le modifiche subite dall’articolo 18 in fin dei conti siamo ancora fermi a un’impostazione fordista che immagina un sistema teso alla piena occupazione e grandi fabbriche in cui i lavoratori (operai, impiegati o quadri, poco importa) entrano giovanissimi per uscire soltanto al raggiungimento dell’età della pensione. È il mito della job property, del posto fisso, del lavoro a tempo indeterminato, otto ore al giorno, per tutta la vita nello stesso luogo fisico. Non è più così e sarebbe utile prenderne atto. È cambiato l’assetto sociale del nostro Paese: ci sono più laureati, la manifattura è in crisi, la rete ha «inventato» dal nulla nuovi lavori e permesso la modernizzazione di altri, esiste il telelavoro, la monocommittenza non è più un dogma e, come accade in molti Paesi occidentali, è utile che le persone si abituino a perdere il lavoro e, auspicabilmente, a trovarne un altro. A cambiare, insomma, cercando di migliorarsi, ad apprendere continuamente, restare occupate o occupabili.
In Italia, larga parte del mondo sindacale e del mondo politico sono sempre ancorati alla concezione che punta a difendere il posto di lavoro più che il lavoratore. Come se le fabbriche ci fossero sempre state e dovranno esserci sempre, quasi fossero icastici monumenti da tutelare dinanzi allo scorrere del tempo.
Invece non sarà più così: le fabbriche che producono telefoni fissi diminuiranno, mentre cresceranno gli stabilimenti che assembleranno cellulari e tablet. Questo significa che non si potrà sic et simpliciter difendere il posto di lavoro di chi produceva cose che non servono più, ma occorrerà garantire a quei lavoratori la possibilità di essere di nuovo, potenzialmente, riassumibili da qualcuno. Per fare questo esistono le cosiddette «politiche attive», ovvero quell’insieme di azioni mirate alla formazione e al sostegno dei soggetti alla ricerca di una collocazione lavorativa.
Anche qui – non per essere esterofili, ma volendo comparare la nostra condizione a quella dei vicini di casa – dobbiamo dire che siamo agli ultimi posti delle classifiche: spendiamo per questa voce circa cinque miliardi di euro ogni anno, contro i 14 della Germania e i 16 della Francia. E questo fa sì che l’occupazione giovanile in Italia sia di sette punti percentuali inferiore alla Francia e di otto alla Germania, dal momento che i giovani tedeschi che alternano formazione (o studio) e lavoro sono cinque volte quelli italiani. Le politiche attive sono concettualmente l’esatto contrario del sussidio, che consiste in un beneficio economico erogato senza che vi sia, accanto, un servizio accessorio di formazione o di aiuto alla ricerca di un nuovo posto di lavoro. Da noi la percentuale di risorse spese in sussidi sul totale della spesa per politiche di sostegno all’occupazione è il doppio della media europea e questo riflette un atteggiamento culturale decisamente arretrato. Il nostro sistema è dunque pensato e modellato su «situazioni tipo» che non esistono più. Venti o trent’anni fa un’azienda poteva subire un breve periodo di crisi dovuto a fattori spesso esogeni e il sistema pubblico degli ammortizzatori sociali correva in soccorso dei lavoratori con la Cassa integrazione guadagni, la quale assicurava un beneficio monetario a quei soggetti che in via temporanea erano sospesi dall’attività lavorativa. Passata la crisi, la Cassa veniva sospesa e il soggetto ritornava attivo. In un periodo come questo, le aziende che vivono crisi passeggere sono sempre meno e i periodi di sospensione dal lavoro sono ogni volta prodromici alla chiusura degli stabilimenti o al loro trasferimento presso mercati più appetibili. Il risultato è che la Cassa integrazione guadagni funziona ancor oggi come uno strumento di accanimento terapeutico: si spendono molti soldi auspicando una ripartenza che non ci sarà e si chiudono gli occhi davanti al fatto che quei lavoratori andrebbero riconvertiti attraverso processi di riqualificazione formativa, mentre quelle stesse aziende potrebbero forse esse stesse essere accompagnate in un processo di trasformazione in grado di scongiurare la chiusura. Ma, come ben sa chi vive la trincea del lavoro, la rigidità genera rigidità. E così a un impianto normativo rigido e poco incline ai cambiamenti corrisponde, quantunque in parte modificato, un uguale sistema di ammortizzatori sociali: molto costoso, inefficace e poco orientato ai bisogni di lavoratori e aziende.

Massimo Blasoni
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Divieto di assumere

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

«Divieto di assumere»: non si tratta di un paradosso ma del tentativo di spiegare il comune sentire percepito da imprese e lavoratori nel nostro Paese. I licenziamenti e le mancate assunzioni di questi anni non sono solo – giova ribadirlo – la conseguenza di una strutturale crisi economica, né possono essere semplicemente imputati all’aggressività delle imprese. Sono, anzi, il frutto di un sistema antiquato, barocco e fortemente burocratizzato che pone in capo a chi deve assumere e creare occupazione un quesito amletico: mi conviene o è meglio rinunciare? Non si assume essenzialmente perché le leggi che regolano i rapporti di lavoro sono eccessivamente rigide e, oltre al costo economico, vi è un costo normativo ormai insostenibile.
Qualcuno dovrebbe spiegare ai sacerdoti dell’articolo 18 (che vorrebbero ripristinare per tutti) che in un Paese in cui è difficile licenziare diventerà sempre più difficile e sconveniente assumere. L’articolo 18 va superato con riferimento a tutti i lavoratori. Gli interventi messi in campo da diversi governi sul fronte degli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato sono palliativi.

C’è poi il dato della totale incertezza normativa e giudiziaria in cui un imprenditore è costretto a muoversi. Prendiamo a paradigma il caso dell’apprendistato, che in Europa è considerato unanimemente lo strumento con cui garantire ai giovani un accesso intelligente al mercato del lavoro e, contestualmente, un riallineamento delle proprie competenze (la scuola spesso non insegna ciò che serve) con quelle richieste dal mercato. Dalla riforma Biagi del 2003, però, questo istituto ha subito ben dieci interventi correttivi di natura legislativa, tre modifiche attraverso decreti ministeriali,17 circolari interpretative e 30 tra note e interpelli. Per tacere del groviglio improduttivo di disposizioni riguardanti la formazione, spesso emanate più per far felici i formatori che i formati. In una condizione di questo tipo, difficilmente un imprenditore con un minimo di buonsenso si azzarda ad assumere un ragazzo con un contratto di apprendistato finalizzato all’assunzione.

Massimo Blasoni
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L’un contro l’altro armati

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

La Repubblica italiana, come scrive la Costituzione, «è fondata sul lavoro». Il nostro mercato del lavoro, invece, è fondato sul conflitto.Non solo conflitto tra rappresentanti dei lavoratori e imprenditori,o anche tra le diverse sigle sindacali. Oggi si deve fare i conti anche e soprattutto con un conflitto virtuale – ma gravido di effetti reali– tra lavoratori. Se in estrema sintesi volessimo definire il nostro mercato del lavoro, probabilmente basterebbe una parola: duale. Quella che stiamo vivendo è, per dirla con le parole di uno studioso assai moderato come Pietro Ichino, una «condizione di apartheid» che grazie a una legge del 1970 (lo Statuto dei lavoratori e il suo articolo 18) separa milioni di lavoratori dipendenti protetti (tutti i dipendenti pubblici e i dipendenti delle aziende private con più di 15 addetti assunti ante Job Act), i quali non possono essere licenziati se non per «giusta causa», da milioni di lavoratori, ugualmente dipendenti di piccole aziende o assunti dopo la modifica dell’articolo 18, che invece possono essere lasciati a casa e che nei fatti portano sulle loro spalle tutto il peso della flessibilità. Una sorta di Giano bifronte. È questo un modello che non ha eguali in Europa e che produce distorsioni davvero macroscopiche. Meglio sarebbe parificare la situazione dei lavoratori rendendo valide per tutti le previsioni di legge relative ai nuovi assunti.
Chi ha un posto comunque sicuro e garantito è poco propenso a migliorare il proprio contributo nell’azienda in cui presta servizio, ovvero non trova alcun vantaggio nel perfezionare la propria professionalità per rendersi disponibile sul mercato e spuntare condizioni migliori.
Siccome in Italia il lavoro è regolato parossisticamente e costa molto, per cercare di rimanere almeno un po’ competitivi, i vari governi hanno sempre operato le cosiddette «riforme al margine».
Si sono, pur evitando la vera sfida di una riforma di sistema, cioè inserite nel sistema dosi anche minime di flessibilità, prevedendo nuove forme contrattuali come quella dei contratti temporanei o atipici (interinali, co.co.pro, ecc.). Oggi il discrimine è tra vecchi e nuovi assunti. Dal punto di vista politico la ratio è chiara: si evita uno scontro lacerante con i sindacati sul tema dei diritti acquisiti di chi un lavoro ce l’ha già e contestualmente si forniscono alle imprese modalità di attivazione di contratti più flessibili. È una scelta particolarmente miope perché chi era garantito prima oggi lo è ancor di più e tutto il peso della flessibilità necessaria viene scaricato sulle spalle dei pochi neoassunti, principalmente giovani: i forti finiscono per essere più protetti e i deboli per essere più esposti al rischio. Si consideri un altro aspetto non marginale. Oltre al dualismo tra protetti e non protetti, tra stabilità e precarietà, c’è un ulteriore conflitto, ora latente, destinato prima o poi a esplodere: si tratta di quello tra lavoro pubblico e lavoro privato. Se un’azienda chiude, i lavoratori vengono lasciati a casa (abbiamo visto con quanta disparità di trattamento), mentre se chiude un’istituzione (ad esempio, le province) tutti ammettono che in realtà i costi del personale si debbano spalmare su altre amministrazioni, perché i soggetti che lavorano in quegli enti vanno obbligatoriamente ricollocati nel comparto pubblico. Non vi è alcuna ragione che spieghi questa ipertutela: sarebbe come stabilire che la chiusura di uno stabilimento Fiat determini l’obbligatoria assunzione di tutti i suoi dipendenti in una fabbrica italiana della Volkswagen (ammesso per assurdo che la Volkswagen scelga di investire in Italia). Il lavoro pubblico – da ridursi nell’ottica di Privatizziamo! – deve doverosamente avere regole che ne garantiscano trasparenza e terzietà e questo aspetto può essere ampiamente soddisfatto con procedure di ingresso concorsuali rigorose. Ma per quale arcano motivo quando un soggetto entra a far parte del novero dei dipendenti pubblici dovrebbe diventare «illicenziabile» a vita? Questo genera una pessima allocazione delle risorse all’interno del sistema e produce effetti pratici che in nessuna azienda privata sarebbero sostenibili.

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LO STATO AVARO COSTA 3,7 MILIARDI ALLE PMI

IL TEMPO, 25 settembre 2019

3,7 miliardi di euro. Tanto è costato lo scorso anno alle imprese italiane anticipare il credito necessario a pagare dipendenti e materie prime per fornire beni e servizi alla Pubblica Amministrazione in attesa di essere saldate. Questa stima è stata effettuata mettendo in relazione i dati di Bankitalia sullo stock complessivo dei debiti con il costo medio del capitale che le imprese hanno dovuto sostenere per finanziare i ritardi di pagamento della PA, con modalità che vanno dallo sconto fatture al factoring, agli sconfinamenti e così via.

È ovvio: se per fornire la Pubblica Amministrazione l’imprenditore ha dovuto pagare materiali e dipendenti e non viene a sua volta saldato non può che rivolgersi al sistema bancario. Un sistema di norma piuttosto costoso e a cui non è facile accedere soprattutto per le piccole e medie imprese. I ritardi finiscono per rappresentare una vera e propria tassa occulta che rende ancora più ardua la competizione con le aziende di Paesi come la Francia e la Germania che hanno tempi di pagamento della PA, e dunque costi finanziari, che sono mediamente la metà dei nostri. Secondo il recente European Payment Report 2019 di Intrum Justitia, quanto a tempi di pagamento siamo terz’ultimi in Europa, seguiti solamente da Portogallo e Grecia. I ritardi non contribuiscono affatto a migliorare il rapporto di fiducia tra Stato e impresa. Insomma, le tasse vengono richieste ai cittadini e incassate con scadenze precise ma lo Stato invece paga quando vuole, in sostanza finanziandosi parzialmente a spese del sistema produttivo.

Lo stock di debiti della PA verso le imprese italiane è stimato da Bankitalia in 53 miliardi per il 2018. Una cifra ingentissima che rappresenta un rilevante freno per il nostro sistema produttivo. Il calo rispetto all’anno precedente è di appena quattro miliardi di euro. Liquidare con operazioni spot i debiti pregressi non riduce infatti lo stock complessivo poiché i debiti commerciali si rigenerano costantemente, essendo beni e servizi forniti di continuo. Le imprese italiane sopportano tasse rilevanti, una burocrazia oppressiva e una giustizia civile assai lenta. Sarebbe auspicabile che fossero almeno esentate da questa sorta di tassa occulta.

Massimo Blasoni

Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro
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IN ITALIA CAMBIANO CONTINUAMENTE I GOVERNI MA LA CORSA VERSO LO SFASCIO NON RALLENTA MAI

ITALIA OGGI, 25 settembre 2019

La politica nazionale conta? Ovviamente, ma molto meno che in passato e soprattutto il mutare di orientamento dei governi che si succedono non sembra avere effetti significativi almeno sulle tasse che paghiamo e sulla crescita del debito. Insomma, al di là delle dichiarazioni roboanti dei sette governi che abbiamo avuto dal 2006 ad oggi, la pressione fiscale è rimasta sempre in uno strettissimo corridoio che va dal 41,5% del 2007 all’attuale 42,1%. Modestissime differenze ben poco condizionate dai diversi orientamenti: siamo passati dal centro-destra al centro-sinistra fino all’ultimo governo giallo-verde.

Anche la crescita del debito nel periodo ha conosciuto una progressione sostanzialmente omogenea, indipendentemente dal colore politico di chi governava. Questo non vuol dire che le scelte dei partiti non ricadano pesantemente su ognuno di noi ma ciò avviene non come un tempo, soprattutto al nord. Nell’economia globale finiscono per prevalere decisioni e indirizzi che vengono assunti in consessi più ampi. Qualche esempio?

All’ambito nazionale è sottratta la politica monetaria. Un tempo la moneta poteva essere svalutata in una notte, oggi le scelte sull’euro non si fanno certo a Roma. I partiti peraltro controllavano il sistema bancario, con tutto quello che ne consegue. Dalla Banca Nazionale del Lavoro al Banco di Napoli, dal Monte dei Paschi di Siena all’Istituto Bancario San Paolo di Torino, la nomina dei CDA competeva all’ambito politico. Oggi non è più così e i parametri europei di concessione del credito in ogni caso rendono molto più difficile elargire denaro facile a sodali e conoscenti. Sono lontani i tempi in cui le assunzioni nel pubblico impiego erano migliaia e servivano ad appagare le rispettive clientele e i parametri europei limitano di molto gli aiuti di Stato al sistema delle imprese.

Stare in Europa vuol dire accettarne le regole, che tradotto significa che incrementare fuori misura deficit o debito comporta sanzioni. E anche se il nostro debito pubblico è in costante crescita sono lontani gli anni ‘80 in cui il deficit annuo raggiungeva anche il 14% del Pil. In definitiva, la signoria dello spread rende di fatto impossibile assumere decisioni che i mercati giudicano radicali o eccessivamente populiste. Il confronto tra i partiti, soprattutto negli ultimi mesi, ha dato un’idea della politica fortemente drammatizzata. C’è molto della soap opera con colpi di scena, fidanzate esibite, performance balneari e cambiamenti di fronte. Occorre forse che tutti rimettano i piedi per terra e si chiedano cosa concretamente possano fare nei limiti che gli sono concessi.

Massimo Blasoni
Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro
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L’EMERGENZA DEL PAESE È IL CALO DELLA PRODUTTIVITÀ

IL TEMPO, 9 agosto 2019

Il calo della produttività è forse il primo problema del nostro Paese. Se negli anni ’70 il sistema manifatturiero italiano lasciava al palo molte delle economie comunitarie con una brillante crescita annua della produttività, il ritmo è vistosamente rallentato nei due decenni successivi e dagli anni 2000 siamo purtroppo scivolati in fondo alla classifica. L’incremento della produttività è passato dal 6,5% del 1972, ben al di sopra del 4% tedesco, sino a ridursi a un mediocre 0,14% medio annuo nell’ultimo quinquennio: secondo l’OCSE solo la Grecia ha fatto peggio di noi nel periodo.

I motivi della nostra perdita di efficienza sono molteplici: innanzitutto la scarsa flessibilità del mercato del lavoro. In Italia è difficile assumere e licenziare ma soprattutto premiare il merito. Sopra i 3.000 euro ogni incentivo economico volto ad accrescere il rendimento soggiace ad un elevatissimo cuneo fiscale che sostanzialmente dimezza la quantità di denaro disponibile per il lavoratore. Contratti troppo rigidi poi tendono a disciplinare l’orario di lavoro molto più che a valutare il numero e la qualità delle prestazioni rese in quel medesimo tempo. La spirale negativa della scarsa crescita determina minori opportunità che spingono una parte significativa dei giovani laureati italiani a cercare fortuna all’estero, così sottraendo capacità e competenze al sistema produttivo del Paese. Non aiutano nemmeno – in un mondo ormai sempre più digitale – la vocazione più umanistica che scientifica delle nostre Università così come l’assenza di una relazione virtuosa tra formatori e imprenditori che migliori il matching tra domanda e offerta.

Vi sono problemi noti, che vanno dalle tasse all’accesso al credito e alla burocrazia, ma occorre non sottacere anche la scarsa disponibilità delle nostre imprese ad investire in innovazione, con l’effetto di aumentare la distanza che ci separa dalle economie più dinamiche. La bassa spesa in ricerca e sviluppo è purtroppo una caratteristica anche della Pubblica Amministrazione: una percentuale che non supera l’1,3% del Pil contro il 2% della media UE ci relega agli ultimi posti in Europa. Ai modesti investimenti in R&S purtroppo si somma una forte contrazione delle risorse per l’innovazione di infrastrutture fisiche e soprattutto digitali. Negli ultimi dieci anni la spesa pubblica per investimenti fissi lordi in Italia è passata da 54 a 34 miliardi, mentre quella corrente continua a crescere: un errore che rischiamo di pagare a caro prezzo. Gli ultimi dati Istat segnalano però un incremento dell’occupazione. Una nota positiva? Solo in apparenza. A ben vedere la mancata crescita del Pil accompagnata dall’aumento del numero delle ore lavorate è anche un segnale di ulteriore perdita di produttività, purtroppo.

Massimo Blasoni

Imprenditore e presidente del Centro studi ImpresaLavoro

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